Dal “docente di sostegno” al “docente per l’inclusione””
Tra cambiamento lessicale e identità professionale”
Febbraio 2026 è stata presentata alla Camera dei Deputati la proposta di legge recante l’introduzione della qualifica di “docente per l’inclusione” nel sistema nazionale di istruzione.
La proposta è a firma dei deputati Giovanna Miele, Riccardo Molinari, Paola Andreuzza, Manuela Cecchetti, Simonetta Giaconi ed Elena Loizzo.
📌È importante chiarire fin da subito un aspetto centrale:
✔️il testo della proposta interviene esclusivamente sul piano terminologico e normativo.
La sostituzione della denominazione docente di sostegno con docente per ➡️ l’inclusione non comporta modifiche all’organico, né introduce nuovi investimenti o cambiamenti nelle condizioni di lavoro.
📖 L’articolo 2 della proposta prevede infatti una clausola di invarianza finanziaria.

📌 Il significato del cambiamento lessicale
Sono convinta che le parole abbiano il potere di cambiare il modo in cui guardiamo la realtà.
Il linguaggio non è mai neutro:
➡️ orienta pratiche, ruoli, aspettative. In questo senso, il cambio di denominazione rappresenta un primo atto di consapevolezza, un segnale che riconosce la complessità e l’ampiezza del ruolo svolto da questi docenti nella scuola italiana.
La proposta nasce con l’intento di:
✔️ valorizzare le competenze degli insegnanti che, ogni giorno, garantiscono il diritto allo studio agli alunni con disabilità e con bisogni educativi speciali.
✅ La nuova espressione docente per l’inclusione richiama una visione più ampia e coerente con i principi dell’inclusione scolastica:
✔️ progettazione condivisa,
✔️ corresponsabilità educativa,
✔️ attenzione a tutti gli alunni con bisogni educativi speciali, non solo a quelli con certificazione ai sensi della L. 104/1992.
📌 Può bastare un cambio di nome?
Qui si apre una riflessione necessaria.
Le parole possono essere un inizio, ma non bastano da sole se non sono accompagnate da cambiamenti organizzativi, culturali e formativi radicati nella scuola.
Lavoro come docente di sostegno dal 2014 e, in questi anni, mi sono sempre occupata di progettare attività inclusive per garantire benessere e supporto agli apprendimenti di tutti gli alunni.
Non mi sono mai sentita “la docente dell’alunno”, ma una docente della classe, una docente inclusiva. Non è stato sempre semplice, certo.
Eppure, la pratica quotidiana racconta spesso una realtà diversa.
Ho vissuto anche esperienze in cui l’inclusione è stata vissuta da alcuni docenti del team come un’eccezione da autorizzare e non parte integrante della didattica.
⚠️In questi casi, la fatica non è del docente di sostegno, che ha ricevuto una formazione specifica sull’inclusione, ha attraversato percorsi complessi come il TFA e ha ben chiaro il proprio mandato professionale.
Il nodo critico risiede anche:
- nella scarsa conoscenza, da parte di alcuni docenti curriculari, delle fatiche reali degli alunni con bisogni educativi speciali;
- in una visione ancora delegante del ruolo del docente di sostegno;
- talvolta, in una concezione riduttiva del ruolo anche da parte degli stessi docenti di sostegno, vissuti come figure “laterali” all’alunno certificato.
📌Uno sguardo verso il futuro”
È positivo che qualcosa stia cambiando e che, a livello istituzionale, emerga la consapevolezza che il sistema scolastico non sempre utilizza in modo efficace ed efficiente le risorse disponibili.
Il cambiamento lessicale può rappresentare un punto di partenza, ma non può essere considerato un punto di arrivo.
Affinché la figura del docente per l’inclusione trovi un reale riconoscimento, sono necessari interventi più profondi:
- una formazione diffusa per tutti i docenti;
- modelli organizzativi realmente inclusivi, sostenuti da dirigenti scolastici attenti e consapevoli;
- una corresponsabilità educativa autentica all’interno dei team;
- il superamento di quell’invisibilità che troppo spesso viene richiesta a chi svolge questo ruolo.
Occorre cambiare prospettiva e riconoscere le fatiche e le soddisfazioni del ruolo, la complessità quotidiana dell’inclusione scolastica e quella sottile invisibilità che, in alcuni contesti, diventa una richiesta implicita.
Perché l’inclusione non si realizza solo cambiando le parole, ma cambiando le pratiche, le relazioni e la cultura professionale della scuola.
Cambiare le parole può essere un inizio, ma l’inclusione prende forma solo quando cambiano le pratiche, le relazioni e la cultura professionale della scuola.
Vi lascio una breve sintesi in tabella.
Buon lavoro,
Antonella Sola -Docente di sostegno
| Aspetto | Docente di sostegno | Docente per l’inclusione |
| Denominazione | Docente di sostegno | Docente per l’inclusione |
| Riferimento normativo | Terminologia storicamente presente nell’ordinamento scolastico | Nuova definizione introdotta dalla proposta di legge |
| Visione del ruolo | Spesso percepito come figura legata al singolo alunno con disabilità | Figura con funzione estesa all’intero gruppo classe e al contesto educativo |
| Ambito di intervento | Alunni con disabilità (percezione prevalente) | Inclusione di tutti gli studenti, con attenzione a disabilità e BES |
| Funzione educativa | Supporto didattico ed educativo | Progettazione inclusiva, corresponsabilità educativa |
| Relazione con i docenti curriculari | Collaborazione spesso non strutturata | Collaborazione esplicitamente valorizzata e riconosciuta |
| Progettazione didattica | Talvolta vista come “parallela” | Inserita nella progettazione collegiale e inclusiva |
| Modello di scuola implicito | Intervento individuale o compensativo | Scuola orientata all’equità e alle pari opportunità |
| Riferimenti culturali e normativi | Normativa nazionale sull’inclusione | Coerenza esplicita con principi internazionali (es. Convenzione ONU) |
| Organico e risorse | Invariati | Invariati |
| Effetti economici | — | Nessun nuovo onere per la finanza pubblica |
| Natura del cambiamento | — | Lessicale e simbolica, non strutturale |
